Le figurine di Radiospazio. Improvvisa accumulazione di immagini

Hemingway in braghe corte che scrive su un taccuino
Chatwin anche lui in braghe corte
che scrive su un altro taccuino moleskine
Calvino che scrive una lettera
Calvino che corregge una lettera
Calvino che scrive a macchina
Parise che scrive a macchina in braghe corte
Parise in mimetica che scrive su un taccuino
Piovene che scrive a macchina in doppiopetto  una lettera a Parise
Virginia Woolf seduta alla sua scrivania
che scrive la testa china sul foglio
Virginia Woolf seduta alla sua scrivania
che guarda davanti a sé
in mano ha una penna e la penna è sul foglio
Carver in piedi alla sua scrivania
lo sguardo all’obbiettivo
in mano una penna la penna sul foglio battuto a macchina

La serie sarebbe infinita

Vaffanculo la carta le penne le macchine da scrivere e le scrivanie
Scriverò tutto sul muro

Vitaliano Trevisan, Solo Rh, in “Due monologhi”, Einaudi

Miłosz Czesław, Transitorio e irreale

Alzarsi al mattino e andare a lavorare, essere legato agli altri da sentimenti di amore, amicizia o avversione, e aver chiaro ogni momento che tutto ciò è transitorio e irreale. Poiché costante e reale era in lui soltanto una speranza, tanto possente che il mero vivere lo spazientiva. Ancora un attimo, un minuto appena, e l’avrebbe afferrata. Ma afferrato cosa? La formula magica in cui fosse racchiusa tutta la verità sull’esistenza. Si lavava i denti ed essa era lì lì; faceva la doccia e quasi stava per proferirla; se non fosse salito sull’autobus, forse gli si sarebbe rivelata; e così tutto il giorno. E quando si destava nel cuore della notte, sentiva che il sottile velo che lo separava da essa stava per cedere, ma proprio allora, così tutto proteso nello sforzo, si riassopiva.
Non guardava con favore a questa sua malattia. Riconosceva che avrebbe dovuto essere pienamente sé stesso qui e ora, sollecito con le persone care e attento a ciò che si aspettavano da lui. Proclamarle transitorie e irreali significava fare loro un torto, ma non poteva proprio rinunziare all’idea che, francamente, tempo per stare con loro non ne aveva.

Miłosz Czesław, Il cagnolino lungo la strada, Adelphi

Il contadino di Babele (CTRL Magazine )

“Fondo Librario Documentario Riccardo Bertani” recita la targa sulla porta. È una piccola casa di cemento a Caprara, una frazione di Campegine, un paese di seimila abitanti vicino a Reggio Emilia. Di fronte alla casa c’è un orto in cui spuntano zucchine, pomodori e lattughe. E poco più in là un’aia su cui un tempo hanno scorrazzato oche e galline.

Secondo un articolo che ho letto recentemente su un quotidiano nazionale, Riccardo Bertani è un contadino di 88 anni che nel corso della sua vita ha imparato da autodidatta più di cento lingue. Ha redatto vocabolari di dialetti remoti e studiato lo sciamanesimo siberiano. Senza allontanarsi mai da questa casa. Com’è possibile?

“Fondo Librario Documentario Riccardo Bertani” recita la targa sulla porta. È una piccola casa di cemento a Caprara, una frazione di Campegine, un paese di seimila abitanti vicino a Reggio Emilia. Di fronte alla casa c’è un orto in cui spuntano zucchine, pomodori e lattughe. E poco più in là un’aia su cui un tempo hanno scorrazzato oche e galline.

Secondo un articolo che ho letto recentemente su un quotidiano nazionale, Riccardo Bertani è un contadino di 88 anni che nel corso della sua vita ha imparato da autodidatta più di cento lingue. Ha redatto vocabolari di dialetti remoti e studiato lo sciamanesimo siberiano. Senza allontanarsi mai da questa casa. Com’è possibile?

“Fondo Librario Documentario Riccardo Bertani” recita la targa sulla porta. È una piccola casa di cemento a Caprara, una frazione di Campegine, un paese di seimila abitanti vicino a Reggio Emilia. Di fronte alla casa c’è un orto in cui spuntano zucchine, pomodori e lattughe. E poco più in là un’aia su cui un tempo hanno scorrazzato oche e galline.

Secondo un articolo che ho letto recentemente su un quotidiano nazionale, Riccardo Bertani è un contadino di 88 anni che nel corso della sua vita ha imparato da autodidatta più di cento lingue. Ha redatto vocabolari di dialetti remoti e studiato lo sciamanesimo siberiano. Senza allontanarsi mai da questa casa. Com’è possibile?

Leggi l’intero articolo: https://www.ctrlmagazine.it/il-contadino-di-babele/

Le figurine di Radiospazio. I distratti

Sembra che la gente di Laputa sia tanto immersa nelle sue profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi. Perciò le persone benestanti hanno sempre seco un domestico battitore il quale ne risveglia l’attenzione: né escono mai di casa senza di lui. Il battitore ha l’incarico, quando due o tre persone si trovano insieme, di colpire via via con una vescica la bocca di colui che deve parlare, quindi l’orecchia destra di colui o di coloro a cui è diretto il discorso. Né riesce meno utile il battitore al proprio padrone durante le sue passeggiate, col dargli dei piccoli colpi sugli occhi quando quegli sta per cadere in un precipizio o per batter la testa in un palo, o per urtare qualcuno o per essere spinto in un fossato.

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, RLI

Giovanni Mariotti, Le sigarette sciolte

Le sigarette sciolte

1 Uno di questi giorni mi piacerebbe trovare, in fondo alle tasche dei pantaloni, un po’ di tabacco; mi ricorderebbe l’epoca in cui era possibile acquistare dai tabaccai le sigarette sciolte. Entravo in un bar, chiedevo tre Alfa, tre Nazionali, tre Esportazione; qualche volta cinque. Mediocremente confezionati, i piccoli cilindri senza filtro erano destinati a disfarsi almeno in parte in fondo alle tasche lasciando un residuo di tabacco pari a un cucchiaino di tè. I miei polpastrelli frugavano là dentro e le mie unghie si annerivano. Poi un giorno un tabaccaio mi disse che acquistare sigarette sciolte non era più possibile: o il pacchetto o niente. Seppi così che l’Italia stava diventando ricca.

2 I segni erano numerosi. Per esempio, sui treni non esisteva più la terza classe. Avevo fatto appena in tempo a vederla, prima che un editto generoso ci promuovesse tutti a viaggiatori di seconda. Per usufruire di quell’ascensore sociale l’esborso richiesto fu tutto sommato modesto.

3 In quegli anni andavano declinando i bagni pubblici. Quelli che frequentavo a Lucca, tra via Mordini e via Guinigi, erano quasi sempre vuoti; attraversavo la città con un asciugamano sul braccio e in mano una scatolina di celluloide rosa che conteneva una saponetta. Credo di essere stato uno degli ultimi clienti: ormai, agli inizi degli anni Cinquanta, quasi tutti avevano il bagno in casa.

4 Una di quelle volte, di ritorno dalle mie abluzioni, la saponetta cadde e io mi chinai a raccoglierla; ma era bagnata e mi sgusciò via dalle mani. Le corsi dietro, ma dovetti fermarmi perché passava una macchina. Quando la raggiunsi mi sgusciò via di nuovo. Percorremmo così tutta via Mordini, io correndo in modo scomposto e affannoso, lei scivolando sul selciato come un dischetto dell’hockey su ghiaccio. Solo sul punto di raggiungere via Fillungo riuscii a catturarla e a riporla nel suo abitacolo. Evitai così di inseguire una saponetta lungo la via principale della città, all’ora dello struscio.

Giovanni Mariotti, Piccoli addii, Adelphi Book

Le figurine di Radiospazio. Il lettore

Quanto a voi, scrittori ricordate sempre: il lettore è un cavallo da circo, che deve essere addestrato in modo da aspettarsi in premio una zolletta, dopo ogni esercizio ben eseguito. Se lo zucchero manca, lo spettacolo non ci sarà. Per quel che riguarda invece i recensori e i critici, essi sono come i mariti cornificati: sono sempre gli ultimi a sapere.

Milorad Pavić, Dizionario dei Chazari , Voland, Traduzione Alice Parmeggiani

Il video della domenica. Il potere del gesto. YURI ANCARANI, IL CAPO. 2’52”

il capo
a cura di Francesco Ghisi

Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti; la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.

Jonathan Swift, La battaglia dei libri. L’inchiostro

l’Inchiostro è la grande arma-missile in tutte le battaglie dei dotti. Esso è impiegato attraverso una sorta di macchine chiamate penne, un numero infinito delle quali viene scagliato contro il nemico dai prodi di ambo i lati con pari destrezza e violenza, neanche fosse un combattimento di Porcospini. Questo liquido maligno fu composto, dagli ingegneri che lo hanno inventato, di due ingredienti, Bile e Vetriolo, onde assecondare in certa misura oltre che fomentare il genio dei combattenti con la sua asprezza e velenosità. E così come i Greci, dopo un conflitto, quando non riuscivano a mettersi d’accordo su chi avesse vinto, solevano innalzare trofei da ambo i lati, la parte sconfitta accettando di sostenere le stesse spese per non perdere la faccia (lodevole e antica usanza, di recente felicemente ripresa nell’arte della guerra), così anche i Dotti, dopo una disputa accanita e cruenta, chiunque abbia avuto la peggio, appendono i loro trofei da ambo le parti. Questi trofei recano ampie iscrizioni con i meriti della causa; un resoconto pieno e imparziale della tale battaglia, e di come chiaramente la vittoria abbia arriso alla parte che li ha esposti. Al mondo questi sono noti sotto vari nomi: Dispute, Argomenti, Repliche, Brevi Considerazioni, Risposte, Ribattute, Annotazioni, Riflessioni, Obiezioni, Confutazioni. Per pochissimi giorni rimangono affissi in ogni luogo pubblico, da essi stessi o dai loro rappresentanti, affinché i passanti li contemplino, dopodiché i più importanti e grandi vengono spostati in certi magazzini che chiamano Biblioteche, dove rimangono in un quartiere loro assegnato, e da allora in avanti cominciano a essere chiamati Libri di Controversie.

Jonathan Swift, La battaglia dei libri, Gallucci, a cura di Masolino D’Amico, illustrazioni di Guido Scarabotto

Le figurine di Radiospazio. Il dilemma

Come qualmente Panurgo si consiglia con Pantagruele
per sapere se deve ammogliarsi.

Poiché Pantagruele nulla rispondeva, Panurgo continuò e disse con profondo sospiro:
— Signore, avete inteso la mia risoluzione: ho deliberato di ammogliarmi salvo il caso che siano per mala ventura, sbarrati, chiusi e tappati tutti i buchi. Per l’amore che sì lungo tempo aveste per me, ditemi, vi supplico, il vostro avviso.
— Poiché, rispose Pantagruele, avete tratto il dado, e così avete deciso e fermamente risoluto, non occorre più parlarne; non resta che procedere alla esecuzione.
— Ma, disse Panurgo, nulla vorrei eseguire senza vostro consiglio e buon avviso.
— Del vostro avviso sono, rispose Pantagruele, e ve lo consiglio.
— Ma, disse Panurgo, se voi conosceste esser meglio per me restare come sono, senza avventurarmi a novità, preferirei non prendere moglie.
— Moglie dunque non prendete, rispose Pantagruele.
— Ma, disse Panurgo, vorreste voi che rimanessi soletto tutta la vita senza coniugal compagnia? Ben sapete che fu scritto: Vae soli! L’uomo solo non ha mai il sollievo che ha lo sposato.
 — Sposato siate dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, la donna mia mi facesse becco (e voi sapete che abbondante raccolto ne abbiamo quest’anno) ciò basterebbe a farmi uscir dai gangheri della pazienza. Non voglio male ai becchi, no; mi sembrano brave persone e le frequento volentieri; ma, a costo di morire, non vorrei essere dei loro. Troppo a me questo punto punge.
— Punto, dunque non vi sposate, rispose Pantagruele; poiché vera e senza eccezione è la sentenza di Seneca che dice: ciò che ad altri avrai fatto, sarà fatto a te. — Senza eccezione, dite? domandò Panurgo.
— Senza eccezione, dice Seneca, rispose Pantagruele.
— Oh, Oh! disse Panurgo, corpo d’un piccolo diavolo! Ma egli deve intendere: o in questo mondo, o nell’altro. E dacché io senza donna non so stare, più che cieco senza bastone (bisogna ben far trottare il bischero, se no, come vivere, perdio!) non è meglio dunque che m’associ a una onesta e savia donna invece di mutare ogni giorno come faccio, con rischio continuo di legnate e, peggio, di bubboni? Poiché le mogli d’altri, quando son dabbene, non valgono una patacca, non se l’abbiano a male i lor mariti.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, sposassi una donna dabbene (così Dio volesse) e poi mi picchiasse, sarei più paziente di Giobbe a non montar su tutte le furie. Infatti m’han detto che coteste donne tanto dabbene hanno comunemente la testa matta, per ciò è buon aceto in casa loro. Ed io l’avrei anche più matta e tanto e stratanto gli picchierei la sua piccola oca (cioè braccia, gambe, testa, polmoni, fegato e milza) e tanto maledettamente gli frantumerei le vesti a forza di legnate che l’arcidiavolo aspetterebbe alla porta la sua anima dannata. Di tali trambusti farei volentieri a meno per quest’anno e sarei contento di non entrarvi punto.
— Punto dunque non v’ammogliate, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, nello stato in cui sono, senza debiti e non sposato… (notate che ho detto senza debiti per mia mala sorte. Infatti essendo ben carico di debiti, i miei creditori si darebbero la massima cura di mia Paternità). Ma pari con tutti e senza moglie, non ho alcuno che si curi di me e mi porti amore tale quale dicono essere l’amore coniugale. E se per caso cadessi malato, non sarei trattato che a rovescio. Il saggio dice: Là dove non è donna (madre di famiglia, intendo, e moglie legittima) il malato è in gran pericolo. Ne ho visto chiara prova in papi, legati, cardinali, vescovi, abati, priori, preti e monaci. Ora non io vorrò mai ridurmi in quello stato.
— Stato coniugale cercate dunque perdio, rispose Pantagruele.
— Ma se, disse Panurgo, essendo malato e impotente al dovere maritale, la mia donna, insofferente di tal languore, s’abbandonasse ad altri e non solamente non mi soccorresse in caso di bisogno, ma si burlasse anche della mia calamità e, ch’è peggio, mi derubasse, come ho visto spesso avvenire, finirei per impiccarmi e correre pei campi in farsetto.
— Non sposatevi dunque, rispose Pantagruele.
— Ma allora, disse Panurgo, non avrei mai figli né figlie legittimi, nei quali sperar di perpetuare il nome ed il blasone: ai quali lasciar l’eredità e i nuovi acquisti (ne farò di belli una di queste mattine, non dubitate, e purgherò per giunta i miei beni da ogni aggravio) e coi quali rallegrarmi quando sia malandato, come vedo fare ogni giorno al vostro tanto benevolo e buon padre con voi e come fanno tutte le persone dabbene tra le pareti domestiche. E così, essendo senza debiti, senza moglie e per avventura di malumore, parmi che invece di consolarmi del mio mal ridiate.
— Maritatevi dunque, perdio, rispose Pantagruele.

François Rabelais, La vita di Gargantua e di Pantagruele
Formigli, Traduzione di Gildo Passini

Portogallo: Associazione Veterinaria si rifiuta di curare le persone che si identificano in animali (EURONEWS)

Leggi l’articolo:
https://it.euronews.com/salute/2026/05/22/portogallo-associazione-veterinaria-si-rifiuta-di-curare-le-persone-che-si-identificano-in

Paolo Nori , Anna Dostoevskaja (State Bene)

159. Anna
Sto scrivendo una cosa in tre parti la cui prima parte è la sbobinatura del monologo su Delitto e castigo, si intitola Roba mia, ho quasi finito, metto qui sotto un paragrafo.

La donna che, nella vita di Dostoevskij, gli dà una regolata, quella che lo mette in riga, è una ragazza che ha 25 anni meno di lui, si chiama Anna Grigor’evna, e è la sua seconda e ultima moglie.

Dopo il matrimonio, all’inizio del 1867, lei ha vent’anni, lui 45, per liberarsi dai creditori, Dostoevskij decide che il viaggio di nozze lo faranno all’estero.

Siccome lui di soldi non he ha, partono coi soldi di Anna, che vende il pianoforte e i gioielli. Devono stare via 4 mesi, staranno via 4 anni.

La prima città dove vanno è Dresda, dove c’è una pinacoteca con la Madonna Sistina, di Raffaello, che Dostoevskij considera «il massimo capolavoro creato dal genio umano». Negli ultimi mesi della sua vita, ne avrà una riproduzione nel suo studio.

Anna Grigor’evna e Fëdor Michajlovič visitano la Pinacoteca, poi Dostoevskij dice alla moglie una cosa del tipo: «Poco distante da qui c’è una città, Homburg, dove c’è un bellissimo casinò, mi piacerebbe tanto andare due o tre giorni a giocare alla roulette, ma non posso andare e lasciarti qui da sola, non vado».

Leggi l’intero articolo: https://statebene.substack.com/p/159-anna?utm_id=97758_v0_s00_e232_tv4_tp1_a1dennhbbc39rx&fbclid=IwY2xjawR5wlFleHRuA2FlbQIxMABicmlkETB5ald1UFVRZG1PajQyMVdPc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHu_BOrZMOsuRwMj9bRWJY9PNR6_hmsSXJZ5TX1QYV18uwjebQOcJkJdk0–G_aem_LhCGkwwgM1BBSOt-7D7_xQ

Le figurine di Radiospazio. La menzogna politica

«Il diritto di inventare menzogne appartiene esclusivamente al governo?». L’autore – sincero amico della libertà inglese – stabilisce di no, rispondendo a tutte le argomentazioni del partito opposto con grande acutezza: essendo il governo dell’Inghilterra in parte democratico, il diritto di inventare e diffondere menzogne politiche si ritrova parzialmente anche nel popolo, e il suo forte legame con questo giusto privilegio ha brillato con gran lustro negli ultimi anni; accade molto spesso, infatti, che al buon popolo non restino altri mezzi per abbattere un ministero e un governo di cui è stufo che quello di esercitare questo suo indiscusso diritto; e che siccome i ministri fanno spesso uso di menzogne per sostenere il loro potere, è del tutto ragionevole che il popolo debba impiegare la stessa arma per difendersi e cacciarli via.

Jonathan Swift, L’arte della menzogna politica
in “Un serio vademecum satirico per farsi beffe di potenti, fanatici e lacchè, Piano B edizioni