Samuel Butler, La ragazza che ha scritto l’Odissea (1857)

L’Odissea è stata scritta da una donna che non conosceva altra realtà che quella di Trapani. Chi era dunque costei? Dobbiamo cercare una donna di Trapani: giovane, impavida, determinata, gelosa dell’onore del proprio sesso. Pare aver frequentato l’alta società del proprio tempo e del proprio luogo; non esisteva all’epoca di Odisseo, sulla costa occidentale della Sicilia, luogo più raffinato di quello dove è cresciuta la nostra autrice. Doveva disporre di tempo libero, necessario a compiere un’opera di tale portata. Accettava la presenza di uomini, solo se illustri, a malincuore: rideva di loro, nutrendo profondo interesse per le donne belle e celebrate.
L’ipotesi che l’autrice vada ricercata tra i membri del casato di Alcinoo trova conferma nel fervore con cui, nel poema, sono descritti la dimora del re e il suo giardino. Non si riscontra tale trasporto nella descrizione di nessun’altra dimora: l’autrice infonde il piacere del ricordo tratteggiando la propria casa. Inoltre, l’autrice deve essere rintracciata in una donna per cui la figura di Nausicaa rappresentava tutto. Nessun altro personaggio del poema è dipinto con pari vividezza ed estro, né altro episodio è scritto con la stessa leggiadria di spirito, vitalità, ritmo e movimento; nessun altro episorio è pari per freschezza espositiva a quello in cui Nausicaa porta la biancheria di famiglia alle vasche, per lavare. L’intero libro VI è scritto da chi ha dedicato anima e corpo a ciò che descrive.
Gli ultimi brani si fondano sulla supposizione che l’autrice conoscesse ciò di cui andava scrivendo.
Dotata della forma suprema dell’immaginazione, che consiste nell’accorta selezione e nell’uso sapiente di materiali tratti dalla realtà, l’autrice fallisce – come è ovvio – quando le viene a mancare la suggestione del proprio ambiente naturale.
Ciò appare evidente nei tre libri che narrano le avventure di Ulisse dopo la partenza dal Monte Erice fino alla terra dei Ciclopi. Mancano dettagli locali precisi dei luoghi attraversati: nulla, se non un itinerario di massima, facilmente appreso dai marinai della sua città natale. Manca cioè quella verosimiglianza inventiva che troviamo, per dire, nei Viaggi di Gulliver, nel Robinson Crusoe e nel Pilgrim’s Progress.

Quando affida a Circe la descrizione del regno di Ade, consapevole che debba trattarsi di qualcosa di assolutamente diverso da ogni altro luogo, fallisce, realizzando una scena nient’affatto convincente. In questo caso, tuttavia, non sono necessari molti dettagli; per Itaca, al contrario, ne occorrerebbero parecchi ma, percependo che l’immaginazione è oltre le sue possibilità, l’autrice ricorre con estrema ruvidezza ai luoghi a lei familiari.
Cosa poteva fare se non rinchiudere Odisseo nell’isola più remota che le veniva in mente, quella da cui avrebbe avuto meno probabilità di fuggire? Così, ha scelto l’isola che anche il moderno governo italiano ha scelto come luogo di confino per chi non è più in regime di libertà: Pantelleria. Non era autrice dotata di fantasia feconda.
Conosceva l’esistenza della Sardegna, lo capiamo da alcuni accenni nel libro XX: perché non far approdare lì Odisseo?
Se avesse posseduto spirito d’invenzione avrebbe avuto mille modi per tenere occupato il suo eroe senza confinarlo per un anno in un’isola e per sette in un’altra. Se avesse posseduto energia romanzesca, avrebbe aggiunto altri viaggi e altre avventure.
Benché tra gli studiosi di Omero l’Odissea sia ritenuta “un’epopea di viaggi avventurosi” l’autrice fa di tutto per limitare l’elemento avventuroso dal viaggio.
La stessa mancanza di invenzione si riscontra nei personaggi.
I protagonisti dell’Odissea sono tutti riconducibili al modello di Scheria, la terra dei Feaci. Nestore, Ulisse, Menelao, Alcinoo sono, in realtà, la stessa persona che interpreta ruoli diversi; la maggiore coerenza con cui è tratteggiato Alcinoo suggerisce che l’autrice lo conoscesse meglio di altri, che abbia fatto di lui un prototipo.
Penelope, Elena, Arete sono un’unica persona: sospetto che Penelope sia il modello originale di tutte loro. Idotea e Ino sono proiezioni di Nausicaa; lo stesso vale per Circe e Calipso, rappresentate come donne mature, con il comportamento che avrebbe assunto Nausicaa se fosse stata una dea. Laddove l’inventiva dell’autrice è più macchinosa, descrive luoghi estranei al proprio ambiente; quando risulta stringente si trova a casa o nei dintorni.

Le scene più spontanee sono una rappresentazione vivida del luogo in cui viveva l’autrice: un mondo a cui era molto legata. Dovendo restringere il campo a una giovane donna che faceva parte della stretta cerchia della famiglia di Alcinoo, non resta che scegliere tra un’ancella di Nausicaa, intesa a celebrare la sua padrona, oppure a Nausicaa stessa (qualora questo fosse il suo vero nome).
Potremmo anche ipotizzare che il poema sia stato scritto da un’intima amica di Nausicaa, legata alla famiglia: la figlia del capitano Dimante, ad esempio. Quest’ultima ipotesi però è da scartare: ragazze così brillanti e vivaci, tali da scrivere un poema come l’Odissea, non intenderebbero restare anonime.
D’altra parte, se a scrivere il poema fosse stata un’ancella di Nausicaa non avrebbe avuto il potere di nascondere ciò che faceva alla padrona. Avrebbe dovuto essere donna audace, determinata, più grande della propria padrona.
Possiamo essere certi che a Trapani non vi fossero personalità di tal fatta. Il fatto che nell’episodio del lavaggio delle vesti troviamo Nausicaa – integralmente Nausicaa e nient’altro che Nausicaa – testimonia che è proprio lei, la giovane donna di Trapani, alto membro della casata di Alcinoo, l’autrice dell’Odissea: in quel cammeo, ritaglia uno spazio in cui rivelarsi.
Un’ancella non avrebbe osato ridere di Alcinoo con la giocosa malizia adottata dall’autrice. Nausicaa congeda Odisseo con una severità ben diversa dai modi che avrebbe adottato una cortigiana. Non ascolta il racconto di Odisseo. Non sembra consumare i pasti insieme al resto della famiglia: quando rientra a casa è Eurimedusa a portarle la cena in camera. Non è presente ai banchetti ideati da Alcinoo né alle gare sportive – la sua assenza nella scena di addio del libro XIII è troppo marcata per non sembrare intenzionale.
Pare che l’autrice voglia far capire al lettore che vivesse in disparte, che non volesse aver nulla a che fare con quegli uomini che, sera dopo sera, bevevano il vino più fragrante dilapidando il patrimonio del padre.
Ammetto che le mie argomentazioni non costituiscono una prova assoluta; tuttavia, non esito ad affermare che Nausicaa, più di ogni altra giovane donna di Trapani, è l’autrice che cerchiamo.
Si rifiuterebbe di riconoscerle il merito di aver scritto il poema perché l’unica cosa che si sa di lei è che un giorno andò a lavare i panni con le sue ancelle?
So che la mia ipotesi avrà scarso peso tra gli ‘omeristi’ – termine che mi spiace associare, anche alla lontana, all’Odissea.
Nessun artista può concepire un ideale superiore al contesto che gli è familiare. Il tentativo di migliorare ciò che si conosce bene è destinato al fallimento. Solo gli elementi accessori possono essere riorganizzati o variati; l’essenza può
essere accolta o rifiutata, mai alterata.
Accettare la natura – salvo che nei dettagli, tutto sommato irrilevanti – porta a Donatello, Bellini, Holbein, Rembrandt, De Hooghe; migliorarla porta a Michelangelo, al Barocco, a Turner, ai fondali delle moderne scenografie.

Non c’è traccia di barocco nel nostro poema. Possiamo essere certi che donne come Nausicaa sono esistite davvero in Italia – ne esistono ancora, e in gran numero. È davvero un eccesso di fantasia supporre che una di loro abbia saputo distinguersi con genio come auriga, come lavandaia, come poetessa? Al contempo, ritengo probabile che l’autrice dell’Odissea fosse di bassa statura e di aspetto comune: rideva di sé descrivendosi alta e bella. La sostanza del discorso non cambia.
Vorrei trovare qualcuno in grado di fornirmi una ragione seria per cui Nausicaa non avrebbe potuto scrivere l’Odissea. Negli ultimi cinque anni ho tormentato ogni studioso con cui sono entrato in contatto, chiedendogli perché l’Odissea non avrebbe potuto essere stata scritta da una giovane donna. Un paio di loro hanno ammesso che non ci sono reali ragioni per negare questa supposizione.
Un noto scrittore credeva che l’ipotesi non fosse che una delle mie solite provocazioni: ha preso in mano l’Odissea, di cui non aveva letto fino ad allora che un centinaio di versi, per esclamare, “Ma certo, hai ragione, è proprio come dici tu!”. La maggior parte degli studiosi mi ha fatto capire che non avrebbe avuto difficoltà a dimostrare l’assurdità delle mie tesi: in quel momento, però, era preso in studi di più ampia importanza. Non ho ottenuto nulla di buono da tali studiosi: dopo cinque minuti di dialogo mi sono reso conto che non avevano niente da dirmi che già non conoscessi.

Samuel Butler

*Il testo di Samuel Butler, poi accolto in “The Authoress of the Odyssey” (1897), è stato pubblicato in origine, a puntate, sulla rivista “The Press” (1895); traduzione italiana di Compiuta Donzella.

Raymond Carver, Loro non sono mica tuo marito (Racconto)

Avevo appena lasciato un lavoro da commesso viaggiatore e ne stavo cercando un altro che non mi portasse tanto in giro per il mondo. Intanto Doreen, mia moglie, si era messa a lavorare di sera come cameriera in una tavola calda aperta ventiquattr’ore ai margini della città. Una sera, dopo aver bevuto qualche bicchiere, decisi di fermarsi alla tavola calda a mangiare un boccone. Volevo vedere dove lavorava Doreen. Mi vide e venne al banco:
«Cosa fai qui? Vuoi ordinare, qualcosa, Earl?»
«Prendo del caffè e uno di quei sandwich Numero Due. Vedi un po’ se riesci a darmelo omaggio».
«Niente da fare, Earl: questa sera è in giro il principale.»
Mi misi a bere il mio caffè mentre aspettavo il sandwich. Due uomini in giacca, la cravatta slacciata, il colletto aperto, mi si sedettero accanto e ordinarono anche loro due caffè. Mentre Doreen si allontanava con il bricco del caffè, sentii che cosa si dicevano — neanche tanto a bassa voce.
«Visto quella, che schianto? Da non crederci».
«Ho visto di meglio»
«Questo volevo dire»
«Ma c’è chi va matto per quelle abbondanti»
«Non io»
«E io nemmeno»
«Questo stavo dicendo».

Doreen tornò con la mia ordinazione. «Ecco il tuo sandwich, Earl. con patatine fritte, maionese e cetrioli. Vuoi qualcos’altro?… Ehi, dico a te… Va bene, ti porto dell’altro caffè».
Tornò con il bricco e versò del caffè fresco anche nella tazza dei due uomini. Poi prese una ciotola e si girò per riempirla di gelato. Si chinò sul contenitore e cominciò a tirar su palettate di gelato. La sottana bianca le tirava sui fianchi e le si arrampicava su per le gambe. Quello che metteva in mostra era un reggicalze, rosa, le cosce flaccide, grigie e un po’ pelose, e un furibondo intreccio di vene. I due uomini seduti accanto a me si scambiarono un’occhiata. Uno dei due alzò le sopracciglia. L’altro fece un gran sorriso e continuò a guardare. Mi alzai, lasciando il cibo sul banco, e mi diressi alla porta. Sentì Doreen che mi chiamava, ma non si fermò. Giunto a casa, andai  a dare un’occhiata ai bambini, poi passai nell’altra stanza e mi spogliai lentamente, mi girai sul fianco e mi addormentai. La mattina, dopo aver mandato a scuola i bambini, Doreen entrò in camera da letto e alzò le tapparelle. Io ero già sveglio.

«Earl, mi vuoi dire cosa c’è?».
«Niente. Guardati allo specchio».
«Cos’hai detto?».
«Ho detto di guardarti allo specchio».
«E cosa dovrei vedere?»
«Odio dire queste cose ma credo che faresti meglio a metterti a dieta. Pensaci. Qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione».
«Ma cosa stai dicendo?».
«Quello che ho detto. Che qualche chilo in meno migliorerebbe la situazione. Solo qualche chilo».
«Non mi hai mai detto niente prima. Non mi era mai sembrato un problema prima».
Si alzò la camicia da notte fin sopra i fianchi e si girò per guardarsi la pancia allo specchio.
«Forse è un’idea mia».
«No, invece hai ragione: qualche chilo in meno mi farebbe bene. Ma non sarà facile perderlo»
«Be’, forse non sarà facile, ma ti aiuterò io».
«Sì, hai proprio ragione. Qualche chilo in meno».
Doreen lasciò ricadere la camicia da notte e mi guardò, poi se la tolse. Parlammo di diete. Diete di proteine, diete di sole verdure, diete a base di succo di pompelmo.
«Non esageriamo, Earl: lo sai benissimo che le verdure non mi piacciono. E neanche il succo di pompelmo. Non mi va giù. Credo proprio che dovrò fare una dieta d’altro genere».
«O.K., Doreen, lasciamo perdere».

 

Raymond Carver, Loro non sono mica tuo marito, in “Vuoi star zitta, per favore?”, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. I bambini dei bambini

Un giorno Frieda mi avvicina:
– Perché non giochi più con noi?
– Perché non ne ho voglia.
– Su, vieni a giocare con me.
– Frieda mi prende per mano. È un giorno d’estate, siamo in vacanza. Usciamo di città e andiamo nell’orto dei Mannheim a rubar mele,  poi corriamo pei campi; la segala profuma come pane cotto di fresco, ci nascondiamo in mezzo ad essa. Frieda si raggomitola accanto a me, io la prendo fra le braccia, così come fanno i grandi, e la bacio sulla bocca.
– Oh, guai a noi, mi hai baciato sulla bocca, adesso avrò un bambino!
– Il giorno dopo Frieda viene a trovarmi.
– Di’, sai che ho un bambino?
– Come, è già nato?
– Scemo che sei, ce l’ho nella pancia, come faccio a vederlo? È già grande così.
– Vuoi dire che è più grande di te?!
Frieda corre via. Il giorno dopo vado da lei.
– È nato?
– No, credo che nascerà domani.
– Tuo padre lo sa?
– A mio padre non lo dico. Anche Anna ha avuto un bambino, e lui l’ha cacciata via.
La mattina vado sotto le finestre di Frieda e mi metto a fischiettare. Frieda viene alla finestra, mi vede, mi mostra la lingua e se ne va. Io aspetto. Frieda esce di casa, mi passa davanti, del bambino non se ne parla più.

Ernst Toller, Una giovinezza in Germania, Einaudi

Giggino, Giggetto, Guerrino, Romoletto…

A Roma non esiste il caffè, i pochi che ci sono servono alla gente di passaggio e alla classe ristretta, e in gran parte cosmopolita di via Veneto. Ma attento, perché anche quello dell’osteria è amore infìdo, molte di esse, e proprio quelle il cui indirizzo corre sulla bocca d’ognuno, sono osterie di nome e d’abito, non di fatto, ed è aspirazione d’ognuna per amor di guadagno di trasformarsi a poco a poco in restaurant; prima rincantucciando e poi cacciando tutti coloro che sono anima dell’osteria, e sostituendoli con quelli che oramai sono presso a poco in tutto il mondo e non interessano nessuno, o si contentano fra loro. E se uno credesse d’aver conosciuto Roma bazzicando quei locali sbaglierebbe di grosso, se ne anderebbe con le pive nel sacco senza saperlo, portandosi il ricordo di una Roma bastarda e non sapendo che sia il sangue romano. Di osterie ve ne sono in numero spropositato, ma quelle che fanno al caso nostro si possono trovare più facilmente laddove all’ombra di due pini fa centro con un simpatico monumento il poeta di questo popolo: fra ponte Sisto e ponte Palatino.
Giggino, Giggetto, Guerrino, Romoletto, Carlone, er pacioccone, Santino, Angelino, Pippetto… Pronunziandone il nome il cittadino di Roma ha un abbraccio per l’oste e quando dice: Ghetanaccio, gli dà addirittura un bacio.
Sora Teta, sora Tota, sor’Elvira, sora Cecilia, sora Nanna, sora Nannetta… sono i nomi delle sore intingoli di tutta Roma. All’osteria si vende principalmente il vino: est! est! est! Finché avrà sole e vino il romano non conoscerà infelicità. In ognuna puoi trovar pronti, o farti preparar su due piedi, gli spaghetti e le fettuccine, in ognuna c’è un pezzo di manzo in ghiacciaia per servirti la cotoletta o la bistecca, e in mostra sopra il banco prosciutto e salame, ma l’osteria autentica dà il vino soprattutto, ed è consuetudine diffusa che i clienti vi portino il resto.

Aldo Palazzeschi, Roma, Mondadori, 1953

Ugo Morelli, Un’antropologia del contatto (Doppiozero)

Siamo così sicuri di cominciare e finire dove comincia e finisce la nostra pelle? Forse la pelle è solo, si fa per dire, una funzione mediatrice tra noi e il mondo, o una finzione, fonte di un gioco del “come se” noi fossimo bastanti a noi stessi, chiusi nella nostra consistenza. E se quel confine protettivo che, per fortuna, è la nostra pelle, fosse l’inizio di noi stessi? Il luogo dove cominciamo ad essere quello che siamo e diventiamo? Scoprendo che per essere bisogna divenire e che per divenire ci vogliono gli altri e il mondo con la mediazione tecnologica, senza la quale non saremmo la specie che siamo. Miserie di homo, che, divenuto sapiens, ha pensato di poter bastare a sé stesso. 

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